Walter Facchinelli -
22 Giu. 2026
"Di respiri dell'anima” di Sara Conci
Walter Facchinelli
Non so se riuscirò davvero a trasformare in parole ciò che mi è rimasto dentro dopo aver letto Di respiri dell’anima di Sara Conci.
Ho avuto la sensazione di entrare in un luogo dell’anima più che di leggere un libro, uno spazio interiore fatto di frammenti emotivi che non raccontano soltanto una vita, ma la fanno vibrare in chi la attraversa.
L’ho letto tutto d’un fiato, quasi senza accorgermene. Come se le pagine fossero un unico respiro, un filo continuo che accompagna senza mai imporre una direzione.
E quando l’ho chiuso, non ho avuto la sensazione di una fine, ma quella di qualcosa che rimane addosso. Un’eco emotiva che si deposita dentro, lentamente e in profondità.
C’è nella scrittura di Sara Conci una qualità intima e raccolta, mai ostentata. Una scrittura che alterna presenza e sottrazione, pieni e silenzi, capace di generare serenità anche quando scava dentro. Il ritmo non è solo narrativo, è profondamente interiore.
Più che un insieme di testi, questo libro è un modo per avvicinarsi all’autrice, non per definirla, ma per incontrarla tra le righe. Ed è proprio nelle immagini simboliche come la cerbiatta, il gufo, la lupa, la farfalla che prende forma una densità emotiva autentica e intensa.
Procedendo nella lettura, si entra in un gioco di specchi, a un certo punto non si resta più fuori, ma ci si ritrova dentro, quasi naturalmente.
È forse questo l’aspetto più sorprendente, non si legge soltanto l’autrice, ma ci si riconosce e si rimanerne coinvolti. Il libro diventa uno spazio, un passaggio verso qualcosa che ci tocca da vicino, lasciando emergere una forma di immedesimazione che avviene senza forzature.
Qualcosa si muove dentro mentre si legge. E continua anche dopo.
Alla fine non c’è una conclusione, ma un incontro.
In qualche modo, anche un ritorno a sé.
Un libro che si lascia attraversare.
E che, con delicatezza, resta.