Corriere del Trentino - 19-10-19

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Vaia, la tempesta diventa romanzo di formazione

La storia della tempesta che ha devastato i boschi e il paesaggio nel libro di Motta «Di vento forte» Riflessioni e riferimenti a leggende delle Dolomiti «La natura non si ferma mai, tutto riparte»

(Corriere dell'Alto Adige, 19 Oct 2019, di Silvia Vernaccini)

«Cosa posso fare io per le montagne che mi hanno dato tanto?», questa la domanda che si è posto Stefano Motta, autore del libro Di vento forte (Edizione del Faro) l’estate scorsa salendo in Val di Fassa munito di computer, con il progetto di scrivere un altro tipo di libro. Ma di fronte al paesaggio agghiacciante causato dalla distruzione della tempesta Vaia, Motta ha sentito che tutti quegli abeti e quei larici secolari divelti e abbattuti lo stavano chiamando. E si è assunto la missione di narrare la distruzione di Vaia. Che descrive come «uno spettacolo straniante, con tutti quegli alberi scheletrici rovinati al suolo e stesi come lische di enormi branchi di pesci sbattuti sulle spiagge e bruciati dal sole, sbiancati e quasi fossilizzati». Cos’era accaduto? Sul finire dell’ottobre 2018, in particolare il 29 ottobre, un terribile mix di pioggia e vento, al quale è stato dato il nome Vaia, ha imperversato su una vasta area delle valli montane del Trentino-Alto Adige orientale, e anche sul Bellunese, il Vicentino, le Alpi friulane distruggendo in pochi minuti centinaia di ettari di boschi. Un avvenimento climatico catastrofico di poche ore che richiederà decine di anni per essere superato.

È anche per questo che Motta si è sentito quasi in dovere di spiegare – in particolare a un pubblico giovane – che anche dopo un evento catastrofico la vita ricomincia: in natura nulla si ferma e tutto ricomincia.

«Camminando tra i boschi feriti - rivela Motta - , ho compreso che il paesaggio nonostante le ferite non era morto, che sotto terra la vita pulsava ancora».

Un ciclo continuo che Motta racconta nel suo libro attraverso l’esperienza di un ragazzino, Valerio, sostenuto dai consigli di un vecchio e saggio scultore, che si muove tra i boschi attorno al lago di Carezza alla ricerca di un «suo» legno. È il tronco, gli insegna lo sculricavati tore Vincenzo, che dice «cosa vuole diventare, cosa ha dentro e cosa io posso tirargli fuori».

Sarà proprio Valerio a udire il vento – come solo animi sensibili sanno percepire – racchiuso in quegli alberi abbattuti che poi l’uomo ha trasformato in oggetti dei più vari: così lo gnomo Ventolo e la scultura della Sacra Famiglia dallo stessa pianta caduta, ma anche il sottotetto di legno della casa dove è in vacanza con i genitori e che lascia passare dei misteriosi spifferi.

«Anche il vento scolpisce. Può essere una lima, una carta abrasiva sottile e leggera, che passa e ripassa e smussa i profili più vivi e leviga le superfici ancora scabrose. (…) Con la tempesta è stato di più che uno scalpello. È stato una vanga. Ha preso a badilate gli alberi indifesi, come un colpo dato alle spalle» racconta Vincenzo.

Al racconto in sé e alle riflessioni sulla tempesta Vaia si mescolano anche i riferimenti alle leggende e saghe dolomitiche, come pure le indicazioni più strettamente botaniche. E infatti a Motta, pur ammettendo che la sua professione sia molto «da scrivania», piace pensarsi come un uomo semplice che ama i ritmi delle stagioni, curare l’orto dell’anziano papà, andare a fare legna nei boschi per il caminetto di casa. «Penso che non si debba mai perdere il contatto con le nostre radici vere, perché solo chi ha i piedi ben piantati per terra può alzare la testa e guardare lontano». Per l’uomo di città, infatti, «se una cosa va storta c’è sempre un bottone da schiacciare per aggiustarla (…) Ma qui in montagna ci si sente piccoli», sottolinea attraverso la figura del personaggio di Vincenzo.

Un racconto dunque che, anche attraverso tagli ironici e l’intermezzo di alcuni sogni, vuole trasmettere coraggio ai giovani che affrontano le prime difficoltà della vita e mostrare loro che le stesse vanno considerate da più punti di vista. Come la mano che Valerio riesce finalmente a scolpire dal «suo» larice: col palmo rivolto verso l’alto sembra quasi opporsi al vento che ne segna le venature, mentre rivolto in basso pare accarezzare quei boschi feriti, la bellezza di quel lago arcobaleno. Piano piano anche l’ecosistema riprenderà così il suo equilibrio.


Stefano Motta


Di vento forte

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