Le pagine che non ho scritto – Avventure scolastiche di nonna Lina

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Riprendo a riempire le pagine che avrei dovuto inserire nelle “fiabe da tavola di nonno Silvestro” che, purtroppo, per un motivo o per l’altro, ne sono rimaste escluse.
Questa volta ci tuffiamo nel periodo prebellico e seguiamo le avventure scolastiche realmente vissute dalla mia mamma: nonna Lina.

Nonna Lina iniziò le elementari a cinque anni, diciamo sei non compiuti, inevitabilmente dopo aver fatto la Prima Comunione, come preteso dalla suora. Già, perché la scuola era pubblica ma la maestra era una suora, come qualcuno di voi già ricorderà dalle fiabe o da questo blog.

La scuola del paese era organizzata per prevedere una rigida suddivisione tra maschietti e femminucce, infatti era dotata di due accessi distinti (che ancora oggi ritroviamo in molti edifici scolastici), ma la classe era mista e gestita da una sola suora.
A quei tempi si scriveva con il pennino, i banchi erano di legno, leggermente inclinati e dotati di apposito foro in cui inserire il calamaio. A detta dello zio, fratello della nonna Lina, ciò non impediva tuttavia che le boccette di inchiostro si rovesciassero sui fogli, con grande infelicità di studenti e insegnanti. Ad ogni buon conto, i maschietti sembra sapessero fare buon uso dei loro pennini adoperandoli anche come freccette per il tiro a segno…

Fino a quando cadde il fascismo, a scuola i bambini dovevano indossare l’uniforme: una divisa bianca e nera di cui la nonna ricorda particolarmente il fermaglio in acciaio a forma di “M”, che univa le due bretelle bianche intrecciate. Quasi tutte le bambine acconciavano i capelli con lunghe trecce e la nonna Lina ad esse aggiungeva anche un grosso fiocco bianco, proprio in cima al capo, eternamente storto ed afflosciato da un lato.

Nei ricordi della nonna gli insegnanti erano rigidi e severi, eppure da essi traspare sempre un grande rispetto per la maestra che, a volte, appariva più come una mamma che come un’inflessibile istitutrice.  
Al tempo era d’uso la famosa “bacchetta”, adoperata per vari scopi educativi, ad esempio per correggere l’essere mancina della nonna, che con continue bacchettate sulla “mano del Diavolo” fu trasformata in ambidestra.
Un’ alternativa efficace al famoso “in ginocchio sui ceci” era costituita dal far inginocchiare, gli allievi in punizione, sullo spigolo del rialzo su cui era posta la cattedra.
Molto utilizzato era anche l’isolamento dietro la lavagna dello studente in richiamo.

Ma prima che confondiate queste poche righe con un racconto di Dickens, seguiamo proprio la nonna dietro quella lavagna girevole, posta in un angolo della classe.
Cosa può fare una bambina costretta ad aspettare che il tempo passi, con a disposizione una lavagna e i gessetti?
Se a questo aggiungete che la suora le si presentava quasi di profilo, capirete anche voi che la tentazione di improvvisarsi ritrattista era fin troppo forte.
E questo, è proprio ciò che fece.
Quando la maestra ruotò la lavagna, vi si ritrovò ritratta e capovolta. La nonna qui direbbe “disegnata alla perfezione, con tutti i dettagli, compreso il crocefisso”; si potrebbe tuttavia avere qualche dubbio sulle sue doti di giovane artista.

E questo fu solo l’inizio delle sue scuole elementari.

A detta della nonna Lina fu un periodo molto interessante. Ricorda infatti con piacere quando faceva correre la sua compagna di scuola fino a casa, afferrandola per le trecce a mo’ di briglie. Sicuramente era molto meno divertente quando doveva studiare e comporre i famosi temi: del “gatto che è sempre stato un gatto finché ha avuto i micini ed è diventato una gatta”, abbiamo già parlato nelle Fiabe da tavola ma, che dire del famoso tema sulla pioggia, composto da soltanto due (e sottolineo due) parole?
Apro lombrello.
Sì, esattamente così: “lombrello”.
Tutto unito.
Un capolavoro di sintesi, magari solo eccessivamente ermetico, infatti, non fu per nulla apprezzato dalla maestra.

La cosa a cui la nonna risultava più insofferente era sempre stata e, rimaneva, la disciplina.
Il peggio, infatti, era dover rimanere immobile, seduta con spalle e schiena dritte, con braccia lungo i fianchi, il tutto aggravato dal doversi tenere il polso sinistro con la mano destra dietro la schiena. E questo per tutta la durata della lezione.
Ve lo immaginate? Proprio lei, che si arrampicava su tutti gli alberi per controllare come stavano i pulcini nei nidi?!
Eppure, alcune sue compagne riuscivano a rimanere perfettamente immobili, salvo poi stiracchiarsi quando la suora si voltava per scrivere alla lavagna. Quei movimenti venivano sempre intercettati dalle vigili orecchie della suora, ma immancabilmente male interpretati o comunque male attribuiti: “Lina stai ferma, lo sai che ho gli occhi anche dietro la testa!
E questa degli occhi dietro la testa, alla nonna Lina proprio non andava giù; già immaginarlo era abbastanza inquietante e poi, se fosse stato vero, il velo le avrebbe dovuto impedire di vedere, giusto? In ogni caso qualcosa non quadrava, perché a volte era lei a muoversi, ma non sempre! E quando accadeva che fossero le altre… ebbene, era anche peggio, perché subito, queste, si giravano verso di lei con sguardo di scherno.
Ma poi ci sarebbe stata la vendetta.
Sì, perché oltre alla scuola la suora le seguiva anche al catechismo e, lì, si era tra i banchi della chiesa: posto ideale per l’agguato! Bastava scegliere la più antipatica e piazzarsi dietro di lei, per poi passare il tempo a intrecciarle i capelli, disegnare numeri sulla schiena con un dito, facendo contorcere per il solletico la malcapitata (che ovviamente non poteva emettere fiato).

Prima di concludere voglio ancora farvi partecipi di uno scandalo, legato al materiale scolastico, di cui fu protagonista la nonna Lina.
Per comprendere appieno dobbiamo premettere che la nonna aveva un amico inseparabile: Dino, con il quale condivideva spesso meravigliose avventure, come quella della gara dell’asino (gara in cui nonna Lina sedeva a cavallo di un asino a cui il suo amico, da terra tirava la coda tentando di frenarlo, perché per vincere si doveva arrivare ultimi). Questa sua frequentazione non era ben vista dalle altre bambine, né dalle loro mamme.
Torniamo allo scandalo: era giunto il momento di acquistare un quaderno per matematica. Doveva essere a quadretti.
Fin qui tutto bene.
Ai bambini, i genitori fornirono i soldi necessari all’acquisto, solo che un quaderno costava precisamente quanto un cartoccio di caramelle. Cartoccio perché tutto veniva venduto sfuso, non esistevano i “sacchetti di caramelle” a quei tempi. La nonna e il suo amico concertarono un piano geniale: avrebbero acquistato ed utilizzato insieme un solo quaderno: uno avrebbe scritto partendo dall’inizio e l’altra partendo dal fondo. Con i soldi “risparmiati” avrebbero acquistato e spartito le caramelle.
Andò tutto bene fino a quando dovettero consegnare il quaderno alla maestra perché ne controllasse i compiti.
Tutto, dunque, venne a galla (perché “i nodi vengono sempre al pettine” e “le bugie hanno le gambe corte”) ma, la cosa più problematica per la nonna, nonché la più scandalosa, non fu tanto l’incauto acquisto, quanto invece giustificare questa sua eccessiva familiarità con un maschietto!

Tra marachelle, qualche bacchettata e avventure varie, gli anni passarono, giungendo finalmente al termine della sua quinta elementare. Nel frattempo erano accadute molte cose: il fascismo era caduto, il paese era stato martoriato dai bombardamenti, ma la maestra era ancora lì, al suo posto, decisa a far terminare il suo corso di studi con una dimostrazione di canto aperta a tutti e a cui doveva partecipare l’intera classe.
La sequenza dei canti fu stabilita, quali fossero la nonna non lo ricorda esattamente, ma di certo uno di essi era il Nabucco. Questo lo ricorda benissimo, perché era stato scelto come chiusura, ma la nonna Lina era tesa, non voleva stonare e questo la rendeva agitata. Fu così che come iniziarono le prime note, lei partì con il Nabucco, indipendentemente da quale fosse la scaletta. Distintamente, la sua voce intonò: “Va', pensiero, sull'ali dorate…”, con enfasi e a pieno registro.
Peccato che non fosse la canzone giusta!
La suora la fissò con occhi di fuoco e, a bassa voce, con tono rassegnato, le disse: “Per fortuna questa è l’ultima che mi fai.”
Quando la nonna Lina racconta della sua suora, i suoi occhi si velano. Le voleva un gran bene! Davvero!
Credo che la suora lo avesse capito, tuttavia era davvero difficile tenere a freno quel terremoto di nonna Lina.


Giuseppe Casella


Le fiabe da tavola di nonno Silvestro

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