La bramosia di potere, la decadenza di una vita di Silvia Caristi su Excursus


La bramosia di potere,  la decadenza di una vita  di Silvia Caristi L’amara vicenda di un uomo  e la storia della sua famiglia  in un romanzo Edizioni del Faro          Leggi l'articolo in PDF   La bouganville arancio, come titola il nuovo romanzo di Anna Bertuccio (Edizioni del Faro, pp. 180, € 14,00), non è un nome casuale, ma fa riferimento a quella pianta ornamentale che fa da cornice ad una storia nella storia. Il racconto, ambientato a Zanclia, ipotetica provincia siciliana, narra di una famiglia apparentemente perfetta: il professore Peppe Piccolo, gastroenterologo al Policlinico Universitario, sua moglie Ada e la figlia Maria, neolaureata in procinto di partire per il Veneto dopo aver vinto una borsa di studio. Ma è proprio alla vigilia di questo viaggio che Maria e suo padre assistono ad un tentato omicidio. Questo evento, oltre a sconvolgere la ragazza, le darà, suo malgrado, l’ulteriore conferma di che uomo sia realmente il padre. Il professore Piccolo, infatti, non sporgerà denuncia per il reato a cui hanno assistito e obbligherà la figlia a fare altrettanto, relegandola nel silenzio dell’omertà, dove ha già isolato da tempo anche Ada, vittima di un uomo crudele e violento. L’autrice ci mostra, così, il “dietro le quinte” di questo palcoscenico, che è la Sicilia, ricca di una bellezza antica e di paesaggi luminosi, «sarcasmo di una naturale trasparenza che si confronta con una torbida quotidianità», fatta di «silenzi e delitti che vengono agiti perché altri delitti e silenzi possano essere occultati in una spirale dannata che si autoalimenta e rinforza». E il professore Piccolo fa pienamente parte di questo sistema. Proviene da una famiglia estranea ai lussi della classe borghese, figlio di “babberi”, come lo etichettano con disprezzo i compagni del liceo, eclissandolo in un mondo lontano dal loro e che ai suoi occhi appare misero e squallido, come un marchio di cui vergognarsi, motivo per cui farà “di tutto” per cancellare queste origini, accettando le richieste di “favori” senza fare domande, perché «chi cerca quello che non deve, trova quello che non vuole». Per impreziosire infine la sua scalata al potere mediante un matrimonio di interesse con Ada Fonseca, figlia di una famiglia di giuristi di spicco della città. Il romanzo è caratterizzato da un’atmosfera che evoca quella propria della tragedia greca: troviamo, infatti, sin dall’inizio, e poi anche nel corso della narrazione, diversi rimandi all’Antigone di Sofocle. E sarà proprio rileggendo quest’opera che Ada, donna debole e sottomessa, come appare nella prima parte del racconto, riuscirà a trovare dentro di sé quella forza, quasi eroica, che le permetterà di rimettersi in gioco e di riprendersi la sua vita. La narrazione è periodicamente inframmezzata dalle riflessioni interiori di Ada sui fatti che si avvicendano: è come se l’animo della donna venisse messo a nudo agli occhi di chi legge e l’autrice, in quest’ambito, mostra la sua abilità nel cambiare nettamente il ritmo di scrittura, quasi come a farci sentire la voce di Ada che parla a se stessa, il che risuona alle orecchie del lettore come una sorta di versione moderna del coro della tragedia. Ma come accennato in precedenza, il romanzo è la storia di questa famiglia della “Zanclia bene” alla quale è allacciata di riflesso un’altra storia, che ha come sfondo l’ambiente universitario, dove spicca come protagonista il professore Piccolo, cognome che calza perfettamente a pennello a quest’uomo, che ha come unica ambizione il potere a tutti i costi, finanche a mettersi al servizio della ’ndrangheta senza farsi troppi scrupoli: infatti dai colleghi viene visto come «un piccolo infiltrato mafioso travestito da professionista, incistato come un pidocchio tra quelli che contano». Le manie di grandezza del professore lo condurranno, però, in una spirale vorticosa fatta di illeciti, che non sarà facile nascondere alla giustizia. Giustizia che appare sotto diverse forme e interpretazioni: quella rappresentata dalla polizia, quella lucidamente architettata ed alimentata dalla vendetta del singolo e quella della “logica” mafiosa del “se sbagli paghi”. Ma quale di queste diverse “forme“ di giustizia riuscirà a prevalere nella nostra storia lo si scopre solo al termine di questo gustoso romanzo, che si chiude con un suggerimento per un futuro migliore, fatto emergere dalla Bertuccio mediante il dialogo tra due uomini, forse un po’ sognatori, che aspettano l’inizio della rappresentazione di una tragedia greca (presumibilmente, ancora una volta, l’Antigone) al teatro di Gortigia. Queste due persone pensano che quei siciliani che, come il professore Piccolo, «si sono messi in proprio seppellendo il senso di civiltà […] dovrebbero sentire quello che gente vissuta in questi luoghi prima di noi ha espresso in questo “doppio della vita” che è il teatro: il senso di civiltà, di convivenza serena fra gli uomini e fra loro e la natura». Silvia Caristi (www.excursus.org, anno III, n. 22, maggio 2011)  

La Bouganville arancio

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