“Testa di Legno va alla guerra”, un racconto di Claudio Alessandri


Una storia incredibile, piena di colpi di scena, su un personaggio dal bizzarro soprannome. Questo racconta “Testa di Legno va alla guerra”, scritto da Claudio Alessandri ed edito da Edizioni del Faro. L’autore conobbe il protagonista del racconto al Comune di Palermo e fu talmente incuriosito da quel soprannome che volle parlare con lui durante una pausa lavorativa di una calda giornata. SICILIAINFORMAZIONI.COM 16 maggio 2012   Di seguito un estratto dal libro. Quando presi servizio presso l’ufficio del Comune di Palermo, molti anni addietro, ritrovai un compagno di scuola che mi condusse a conoscere gli altri colleghi, fra i tanti mi presentò l’archivista, un uomo che destò subito il mio interesse, era di mezza età, ma sembrava gravato da più di cento anni, la cosa che mi colpì maggiormente furono le sue orecchie, o per meglio dire i suoi padiglioni auricolari, erano enormi e spessi, sembravano delle foglie di una pianta grassa. Usciti dalla stanza il collega amico mi disse con un sorriso che quell’uomo era da tutti chiamato: “Testa di Legno”; quando chiesi il motivo rispose che molto dipendeva dalla sua proverbiale testardaggine o forse, perché era duro di “comprendonio”, non andai più a fondo, ma mi ripromisi di conoscere qualcosa di più della vita di quell’impiegato al di fuori dall’ambiente d’ufficio. Non mi era sfuggita la contrazione del suo volto quando venne chiamato con quel nomignolo poco simpatico. Non dovette trascorrere molto tempo, conquistai molto presto l’amicizia dell’archivista trattandolo con familiarità, atteggiamento non osservato dagli altri colleghi che, anzi, si divertivano moltissimo a prenderlo in giro con scherzi molto spesso pesanti per non dire volgari. Fino a quando mi accorsi che l’archivista non reagiva, ma nella sua mimica facciale era evidente una leggera smorfia dolorosa; decisi di intervenire e a quanto pare dovetti essere convincente perché nessuno si arrischiò più a prenderlo in giro, almeno quando io ero presente. Quell’uomo mi incuriosiva sempre di più, ero convinto che sotto l’aspetto dimesso nascondesse un passato degno di essere narrato e un giorno decisi di “saltare il fosso”, mi dissi: al massimo potrò ricevere un rifiuto e subire una delusione scoprendo che ciò che immaginavo interessante e misterioso era assolutamente banale, ma valeva la pena provare, avrei potuto apprendere le vicende più segrete di “Testa di Legno”, quello che per anni aveva custodito nel suo intimo, senza rivelarlo ad anima viva. Un pomeriggio di piena estate, ci trovavamo in ufficio per del lavoro straordinario, il caldo la faceva da padrone e non aiutava affatto a dedicarsi all’esame delle pratiche accumulate sulla scrivania. Mi alzai e mi recai nella stanza di “Testa di Legno”, mi sedetti e mi resi conto che anche lui era vittima di quel caldo che soffocava e fiaccava il fisico e la mente. La mia domanda ruppe il silenzio, posta all’improvviso quasi a volere provocare una reazione di sorpresa del collega, senza dargli il tempo di porsi sulla difensiva. Mi guardò con aria stranita quasi emergesse da un sonno profondo e cominciò a narrare, diede la stura a tutti i suoi ricordi dalla più tenera età a quella adulta, era un fiume in piena che, da troppo tempo attendeva di liberarsi da quella diga psicologica che, fino a quel momento, lo aveva costretto a un doloroso silenzio: …“Io sono nato in una famiglia povera, iniziò il racconto, la fame era tanta e io e i miei fratelli cominciammo a lavorare prestissimo, lavori di ogni genere, anche faticosi, ma tutti dovevamo contribuire per permettere a mia madre di mettere la pentola sui fornelli, ogni giorno, unico piatto per l’intera giornata. La scuola? Era un sogno, ma quella era riservata ai bambini di famiglie ricche, non ci lamentavamo nemmeno, tanto eravamo certi che non sarebbe cambiato nulla…
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