Giornale della cooperazione - 30/01/2017


Un bel rischio scrivere romanzi da giovane (l'autore è nato nel 1987), quando ti sembra che il narrare fantasioso sia facile e che il tuo certo sarà un successo. Nicola Rocca ha rischiato, chiarendo subito che vuol essere "l'esperimento di tradurre il possibile in attesa dentro di ognuno, unsando il corpo di un altra creatura; un albero, una donna ed io, che si fondono assieme dando vita a un personaggio inconsueto". Era un giorno di marzo... e via ripercorrendo in metafora l'inconscio accumulato lungo la vita da studente di Informatica e di Economia, il percorso sul Cammino de Santiago, il ritorno a Tione a fare il falegname, i dieci mesi nel cuore della Slovacchia, poi in Trentino per finire l'Università, poi ancora in Slovacchia e, per riempire il tempo, il gioco del tamburello, le sculture in legno, le meditazioni al suo paese natio "circondato da boschi e verdi vallate". Un humus sedimentato di sapori ancestrali, di vitalismo primitivo, di passioni fiabesche e vissute ora. Ne nasce un romanzo - va ripetuto - sperimentale, dove "l'albero diventa protagonista, per tentare di fermare il veloce passare del tempo, degustando con lentezza e serenità ogni nuova sensazione, racchiudendola nel tronco dilatato dopo averla assaporata con la mente".

Nicola Rocca

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